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Pietro Taricone: la morte e la vita nel libro “Taricone la vita che desideri”

E’ in uscita in tutte le librerie un libro dal titolo “Taricone, la vita che desideri” edito dalla casa editrice “Rizzoli” dedicato all’attore casertano tragicamente scomparso durante un volo con il paracadute che si è rivelato fatale. Il libro in memoria del “Guerriero” ripercorrerà la vita, la carriera professionale, il Taricone-pensiero ed è stato scritto da Tommaso Labranca che è stato biografo di Renato Zero e di Michael Jackson ed è un esperto di televisione.

Il “Taricone-pensiero”, già. Perché Pietro un giorno pronunciò una frase bellissima ed emblematica rivelatrice, forse, dell’atroce e triste destino che lo attendeva, dietro l’angolo.  Pietro un giorno disse:

La vita è troppo bella e preziosa per restare alla finestra e non sporcarsi le mani. Non voglio arrivare a ottant’anni e accorgermi che ho vissuto un equivoco. Che ho consumato, e basta. Non mi avranno.

Perché Pietro era tutt’altro che un semplice ex concorrente della prima edizione del “Grande Fratello”. Lui riusciva in tutto. E’ riuscito anche a farsi apprezzare come attore. Vari sono stati i film e le fiction cui ha partecipato, da “Tutti pazzi per amore” a “la nuova squadra” fino ad approdare al film “Maradona – la mano de Dios” e alla serie televisiva “Distretto di Polizia”.

Legato sentimentalmente per otto anni all’attrice Kasia Smutniak, Pietro Taricone viveva insieme a lei e alla loro bambina, la piccola Sophie.
Su di lui sono state spese moltissime parole, dopo la sua morte. Alcune pronunciate da persone che gli volevano davvero bene altre dette un po’ così, con superficialità, forse solo per smania di apparire. A noi piace ricordare una frase del critico televisivo Aldo Grasso che di Pietro ha detto:

L’incarnazione del primo decennio del XXI secolo: venuto alla ribalta nel 2000, ci ha lasciati giusto dieci anni dopo. Tragicamente, come solo le rockstar sanno fare. Improvvisamente, come gli eroi giovani della tradizione classica.

Ecco l’estratto alla postfazione

«Sono solare, mi piace ridere, divertirmi.» Ogni scheda che introduce ogni personaggio di ogni edizione del Grande Fratello inizia esattamente così. Senza alcuna variazione, nemmeno nell’adattamento dell’unico aggettivo al maschile o femminile, perché l’abusata qualifica solare è unica per entrambi i generi.

Fino al 29 giugno 2010 solare è rimasto per me un aggettivo irritante, da usare caparbiamente solo in ambito astronomico. Dopo quella data ha assunto invece un nuovo senso: mi sono accorto che non era solo una sciocca corruzione qualificativa, ma un esorcismo.

In quell’ultimo giorno di giugno l’Italia ha avuto un argomento di conversazione spicciola in più da aggiungere al caldo eccessivo che-davvero-non-se-può-più e all’ormai spento dibattito sulle vergogne di Lippi e compari: la morte inattesa di Pietro Taricone. L’emozione ha attraversato l’intero Paese perché era veramente l’ultima persona che ti saresti aspettato di vedere protagonista di una notizia simile. Inutile fare gli ipocriti: non sono solo le redazioni dei quotidiani ad avere pronti i cosiddetti coccodrilli, gli articoli biografici già pronti dei nostri Grandi Vecchi, ai quali aggiungere solo data e modalità del decesso. Tutti noi abbiamo giocato almeno una volta al Totoesequie con i nomi dei nostri famosi ormai in quinta età. La nazione invecchia e lo dimostra la lista sempre più lunga di coloro che rientrano tra gli ospiti da prima puntata di ogni programma, come si usa dire cinicamente in ambito televisivo. Perché se li prevedi un po’ più in là potrebbe essere troppo tardi. Pietro non era in queste liste.

Taricone faceva invece parte di una categoria inedita: i reduci di un reality. Una categoria talmente inutile che lui stesso ci scherzava sopra con l’arguzia cui ci aveva abituato quando disse di volersi proclamare capo di un Sindacato Reduci del Grande Fratello. E ce ne sarebbe stato bisogno per difendere quei ragazzi dal Mostro Televisivo, un Golem secondo l’accezione di Gianluca Nicoletti, quella creatura crudele composta da autori, produttori, critici, opinionisti che prima li crea dal nulla, poi li sfrutta per cento giorni, li illude, infine li critica e distrugge dopo averli condannati a una sequela di ospitate sempre più umilianti e inutili. Pietro aveva cercato di contrastare questo mostro. In una occasione si era paragonato a un piccolo Davide contro questo gigantesco Golia. E la sua lotta è stata tanto più difficile in quanto proprio lui era il più concupito dal Mostro.

Un Mostro grazie al quale Pietro aveva legato un filo emotivo con milioni di persone che lo avevano seguito, amato, odiato, che avevano riso alle sue sparate o lo avevano ammirato per il modo in cui aveva saputo crescere.

Qualcuno si è lamentato perché la stessa attenzione non era stata data ad altre personalità dello spettacolo scomparse in quei giorni. Ma è ancora questione di numeri. La scomparsa di un ultraottantenne non ha lo stesso impatto emotivo di quella di un trentacinquenne. E la morte, pur dolorosa, di un artista giovane, ma di nicchia, non può produrre lo stesso riflesso di quella di un personaggio noto alla massa e in cui la massa si rifletteva.

Pietro era una persona normale che appariva straordinaria solo perché la sua normalità aveva più visibilità della nostra. I muscoli, i tatuaggi che aveva esposto fin troppo generosamente nei primi anni della sua carriera non sono stati un modello per i ragazzi che lo guardavano in televisione perché lo stesso Pietro, fino al pomeriggio del 14 settembre 2000, prima di entrare nella Casa, era stato come quegli stessi ragazzi anonimi che poi lo elessero a campione. Campione, non modello. Il modello è qualcuno che propone qualcosa di nuovo e che gli altri seguono. Il campione è colui che rende visibile e incarna una tendenza diffusa. Pietro rese visibile agli occhi miopi di certa stampa, di certi intellettuali insofferenti verso il popolare, tutta quella massa di persone che da molti anni ormai frequentavano ossessivamente le palestre, abusando anche di sostanze dopanti e modificando i canoni di bellezza estetica.

Ma gli intellettuali non avevano tempo per capire davvero il fenomeno Taricone. Vorrei avere oggi la possibilità di sapere cosa avranno scritto e detto dopo il 30 giugno tutti coloro che tra il 2000 e il 2002 lo avevano denigrato, deriso, insultato sui media. Quando Pietro, nel gennaio del 2001, raccolse dieci milioni di spettatori con la sua partecipazione all’Uno contro tutti di Maurizio Costanzo, l’illuminato commento dell’allora direttore generale della Rai Pier Luigi Celli fu: «Se l’Italia preferisce Taricone non posso che fare pensieri modesti sul nostro Paese». Aveva ragione, il professor Celli. È davvero modesto un Paese che mette a capo dell’azienda televisiva di Stato un signore senza alcun fiuto mediatico e senza alcuna capacità di valutazione delle tendenze in atto (nonostante la sua laurea in sociologia), uno che fino al giorno prima lavorava all’Eni e che forse a casa sua non possedeva nemmeno il televisore perché troppo volgare. E che oggi scrive lettere pubbliche al proprio figlio per invitarlo a lasciare l’Italia. Ossia quello stesso Paese che è forse è stato rovinato più dall’ottusità di un potere avido che da decenni cerca una triste autogiustificazione nella cultura apparente e che in realtà mira solo a riciclarsi, ostinatamente aggrappato agli scranni.


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